Il metodo

Quando chi guida è esausto: le decisioni che ne risentono per prime

Fabius Coach · Il tuo coach decisionale · Lettura ~6 minuti

Non è che le cose vadano male. È che non ti ricordi l'ultima volta che una giornata è finita e ti sei sentito soddisfatto. Lavori tanto come sempre, forse di più, ma con una differenza: prima le decisioni le prendevi, adesso le sposti. E ogni cosa che sposti torna la settimana dopo, un po' più pesante.

Il primo effetto non è sui risultati: è sulle decisioni

Quando chi guida un'azienda arriva al limite, i numeri sono l'ultima cosa che cede. Prima cede qualcos'altro e in un ordine abbastanza riconoscibile.

Cominciano a scomparire le decisioni importanti ma non urgenti: quelle che riguardano i prossimi due anni. Restano solo le urgenti, che si impongono da sole. Poi il modo di decidere cambia: si sceglie l'opzione che fa finire prima la conversazione, non quella migliore. Poi arriva l'irritabilità nelle discussioni e infine il momento in cui si evita di aprire certi argomenti perché non si ha l'energia per gestirne le conseguenze.

È un meccanismo che si autoalimenta: meno energia produce decisioni peggiori, le decisioni peggiori producono più problemi e più problemi consumano più energia. Il punto in cui si spezza non è «riposarsi»: è ridurre il numero di decisioni che passano da te.

I segnali che riguardano il lavoro

  1. Le cose importanti slittano da mesi. Non le urgenti — quelle si fanno sempre. Sono i progetti strategici che restano fermi per il quarto trimestre di fila.
  2. Rispondi più bruscamente di quanto vorresti. E te ne accorgi dopo, spesso da come reagiscono gli altri.
  3. Eviti certe conversazioni. Non perché siano difficili in sé, ma perché sai che aprirebbero un lavoro che non hai la forza di fare.
  4. Non stacchi mai davvero. Non «lavoro molto»: che anche quando non lavori, la testa è lì. È la differenza fra un periodo intenso e una condizione permanente.
  5. Non ricordi l'ultima decisione presa con lucidità. È il segnale più affidabile.

Una precisazione doverosa: qui parliamo di carico di lavoro e di decisioni. Se quello che senti riguarda la salute, il posto giusto è un altro — un medico — e va detto chiaramente invece che aggirato. Quello di cui si può parlare qui è come è organizzato il tuo lavoro ed è già molto.

La domanda che scioglie il nodo

Quante decisioni passano ancora da me in una settimana — e quante di queste dovrebbero davvero passare da me?

Perché il problema quasi mai è la quantità di ore. È il numero di cose che non possono andare avanti senza una tua risposta: sono quelle che ti tengono in tensione anche quando non stai lavorando, perché sai che si stanno accumulando.

Fare quella lista per una settimana è l'esercizio più utile. Quasi sempre si scopre che una parte consistente non richiede il tuo giudizio ma solo un criterio che nessuno ha mai scritto — e un criterio si scrive una volta.

Come si decide

È il lavoro di un Decision Brief, applicato a te invece che a un problema aziendale.

Il metodo completo è in questa guida.

Gli errori più frequenti

Non c'è niente da romanticizzare e nemmeno da drammatizzare. C'è una constatazione pratica: un'azienda non può decidere meglio della persona che la guida e se quella persona è al limite, ogni scelta dei prossimi mesi ne porterà il segno.

Il punto di partenza non è riposare. È guardare quante cose, oggi, non possono andare avanti senza di te — e cominciare a ridurne il numero.

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