La solitudine del decisore

La solitudine di chi decide: perché più sali, più sei solo

Fabius Coach · Il tuo coach decisionale · Lettura ~6 minuti

Reggi tutto. Il fatturato, le persone, le scadenze, gli umori di chi lavora con te. Sei il punto in cui le cose si fermano quando vanno storte e il punto da cui riparte tutto quando bisogna decidere. E c'è una cosa che nessuno dice ad alta voce: tu reggi tutto, ma nessuno regge te. La solitudine di chi decide non è un difetto di carattere né una fase brutta. È la condizione di chi sta al posto in cui stai tu.

La solitudine del decisore non è debolezza: è struttura

C'è un equivoco da togliere subito. Sentirsi soli quando si decide non significa essere isolati, antipatici o incapaci di delegare. Che tu la chiami solitudine dell'imprenditore, solitudine del manager o solitudine di chi comanda, il meccanismo è lo stesso. Puoi avere un team affiatato, un socio, una famiglia presente, e restare comunque solo nel momento esatto in cui la decisione va presa. Perché la solitudine del decisore non riguarda quante persone hai intorno: riguarda su chi si ferma la responsabilità. E quella, per definizione, si ferma su di te.

È una solitudine strutturale, non emotiva. Non la risolvi «aprendoti di più» o circondandoti di gente. Fa parte del ruolo tanto quanto la firma in fondo alle scelte. Il problema non è provarla — è cosa ci fai.

Perché più sali, più sei solo

Man mano che cresci, succede una cosa quasi meccanica. Le persone intorno a te smettono di essere pari e diventano qualcuno che da te si aspetta qualcosa: certezza, direzione, calma. E questo cambia ciò che puoi dire.

Così, più sali, più si assottiglia il numero di persone con cui puoi davvero mettere a fuoco una scelta — non lamentarti, non farti consolare: ragionare. In cima, quel numero tende a zero. Ecco perché più sali, più sei solo: non perché ti allontani dagli altri, ma perché sempre meno di loro possono stare con te nel punto in cui decidi.

Lo sfogo non è una decisione

Quando la solitudine pesa, la valvola più a portata di mano è lo sfogo. Il caffè col collega fidato, il messaggio all'amico imprenditore, la sera in cui «ne parli» con qualcuno. Serve, dà sollievo — e va benissimo. Ma attenzione a non confonderlo con l'aver deciso.

Lo sfogo abbassa la pressione e lascia il problema esattamente dov'era. Anzi, spesso fa un danno silenzioso: ti dà la sensazione di aver «lavorato» sulla questione, e quella sensazione ti fa rimandare ancora. È così che la solitudine si trasforma in decisioni sospese, e le decisioni sospese in un costo che si accumula in silenzio. Il vero avversario, di nuovo, non è la scelta sbagliata: è il rimando travestito da sfogo.

Cosa cerchi davvero non è un consiglio

Qui sta il punto più frainteso. Quando la solitudine morde, sembra che tu abbia bisogno di un consiglio: qualcuno che ti dica cosa fare. In realtà è l'ultima cosa che ti serve, per due motivi.

Primo: nessuno conosce la tua situazione come te, e un consiglio nasce sempre dalla situazione di chi lo dà. Secondo, e più importante: un consiglio ti toglie la decisione dalle mani — e la decisione, che ti piaccia o no, deve restare tua, perché tua è la responsabilità.

Quello che cerchi davvero non è qualcuno che decida al posto tuo. È qualcuno (o qualcosa) che ti faccia le domande giuste, che rimetta in fila i fatti separandoli dalle paure, che ti mostri le opzioni vere e il costo di non scegliere. Non una spalla su cui appoggiarti: uno specchio lucido davanti a cui pensare. La solitudine non si cura togliendoti la decisione. Si cura dandoti un modo per prenderla bene, da solo ma non al buio.

Un metodo che ti sta accanto nel punto giusto

È esattamente il vuoto che Fabius Coach è fatto per riempire. Non un consulente che ti dice cosa fare, non un amico da cui sfogarti: un coach decisionale che ti fa attraversare la scelta con metodo. Il suo lavoro è costruire con te un Decision Brief — la situazione ai fatti, le opzioni vere, cosa è in gioco e il costo dell'attesa, la domanda che scioglie il nodo — e riportarti alla decisione lucido.

È lo stesso metodo in quattro passi che puoi vedere all'opera qui. La differenza, nella solitudine di chi decide, è dove ti tiene compagnia: non nel momento in cui ti sfoghi, ma in quello — di solito peggiore — in cui devi scegliere e non hai nessuno con cui farlo davvero. Sempre lì, senza giudizio, senza interessi in gioco, senza aspettarsi da te certezze che non hai ancora.

Reggere tutto fa parte del ruolo. Reggerlo da soli, al buio, no.

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