Persone e team

Dare un aumento di stipendio: come decidere senza creare precedenti

Fabius Coach · Il tuo coach decisionale · Lettura ~7 minuti

Un tuo collaboratore ti ha chiesto un aumento. È bravo, se lo merita e non vuoi perderlo. La tentazione è dire di sì e chiudere lì: è veloce, gli fa piacere e tu torni al lavoro. Ma quella risposta non riguarda solo lui. Nel momento in cui la dai, stai stabilendo — in silenzio e senza volerlo — come funzionano gli aumenti nella tua azienda.

Non stai decidendo su una persona: stai fissando un principio

È il punto che quasi tutti mancano e non per superficialità: perché la richiesta arriva sempre in forma individuale. Una persona, una conversazione, un caso specifico. Sembra una decisione singola.

Non lo è. Ogni aumento concesso insegna qualcosa a tutta l'azienda, anche se pensi che nessuno lo saprà. Lo sanno sempre: le retribuzioni sono l'informazione che circola meglio in qualunque organizzazione, in forma approssimativa e spesso distorta, ma circola.

E quello che l'azienda impara dipende dal motivo per cui hai detto sì. Se hai detto sì perché quella persona ha chiesto, il messaggio che passa è che in questa azienda l'aumento lo ottiene chi lo domanda. I tuoi collaboratori migliori — quelli che tengono duro e non chiedono, spesso i più solidi — imparano due cose in una volta: che avrebbero dovuto farsi avanti e che a non farlo ci hanno rimesso.

Un aumento dato bene motiva una persona. Un aumento dato «perché l'ha chiesto» avvia un meccanismo che dopo non controlli più.

La domanda che scioglie il nodo

La domanda con cui quasi tutti affrontano la richiesta è: «se lo merita?». Ed è una domanda inutile, perché la risposta è quasi sempre sì. Chi chiede un aumento raramente è la persona sbagliata: di solito è brava e proprio per questo ha il coraggio di chiederlo.

La domanda giusta è un'altra:

Sto premiando il valore o il coraggio di chiederlo? E se domani me lo chiedono in cinque, con che criterio rispondo?

La seconda parte è quella che fa il lavoro. Ti costringe a rispondere adesso a una domanda che altrimenti arriverà fra sei mesi, in condizioni peggiori, con più persone coinvolte e con un precedente già creato dalle tue mani.

Se la risposta che daresti oggi non regge applicata ad altre quattro persone, non è una decisione: è un'eccezione. Le eccezioni si possono fare — ma vanno chiamate col loro nome e sapendo che non resteranno segrete.

Le cinque cose da guardare prima di rispondere

  1. Dove sta oggi rispetto al mercato. Non rispetto ai colleghi: rispetto a quanto costerebbe sostituirlo. È l'unico numero che conta davvero e quasi nessuno se lo va a cercare prima della conversazione.
  2. Cosa è cambiato nel suo lavoro. Un aumento retribuisce un cambiamento: più responsabilità, più autonomia, competenze nuove. Se non è cambiato nulla e la richiesta nasce dal costo della vita, è una questione legittima ma diversa — e va affrontata per tutti, non per uno.
  3. Cosa succede agli altri. Chi fa un lavoro comparabile? Se dopo questo aumento due persone allo stesso livello si trovano a cifre distanti senza una ragione spiegabile, il problema che stai creando è più grande di quello che stai risolvendo.
  4. Quanto pesa davvero. Non la cifra mensile: il costo annuo pieno, moltiplicato per le persone a cui dovrai riconoscere lo stesso trattamento per coerenza. È quasi sempre un numero diverso da quello che hai in testa.
  5. Cosa perdi se se ne va. Guardato onestamente, senza drammi e senza minimizzare: quanto tempo per sostituirlo, quanto per portarlo a regime, cosa si ferma nel frattempo. È la voce che rende sensato pagare di più — o che rivela che stavi pagando una paura.

Come si decide

È il lavoro di un Decision Brief.

Il metodo completo è in questa guida.

Gli errori più frequenti

Non esiste la risposta giusta valida per tutte le aziende. Esiste la risposta che sai difendere — davanti a lui e davanti agli altri quattro che verranno a chiedertelo dopo.

Se una risposta non regge a quella seconda prova, non hai deciso un aumento: hai comprato tempo, al prezzo di un principio.

Domande frequenti

Un dipendente mi ha chiesto un aumento: devo dirgli di sì?

La domanda giusta non è se lo merita — quasi sempre sì — ma con che criterio risponderai ai prossimi che te lo chiederanno. Se la risposta che daresti oggi non regge applicata ad altre quattro persone, non è una decisione: è un'eccezione. Le eccezioni si possono fare, purché siano dichiarate e non diventino una regola non scritta.

Come faccio a capire quanto aumento dare?

Il riferimento non sono i colleghi ma il mercato: quanto costerebbe sostituire quella persona oggi. Poi si guarda cosa è cambiato nel suo ruolo negli ultimi dodici mesi, perché un aumento retribuisce un cambiamento — più responsabilità, più autonomia, competenze nuove. Se non è cambiato nulla, la richiesta è legittima ma va affrontata per tutti, non per uno.

Se dico di no rischio che se ne vada?

È un rischio reale e va pesato, ma non deve diventare il criterio: se concedi per timore, hai insegnato che la leva funziona e la prossima richiesta arriverà prima e con più forza. Un no accompagnato da cosa serve concretamente per arrivare al sì è la risposta più difficile da dare e quella che le persone rispettano di più.

Quanto costa davvero un aumento?

Non la cifra mensile: il costo annuo pieno, moltiplicato per le persone a cui dovrai riconoscere lo stesso trattamento per coerenza. È quasi sempre un numero diverso da quello che si ha in testa ed è il numero su cui va presa la decisione.

Devo rispondere subito?

No. «Ci penso e ne parliamo giovedì» non è debolezza: è il minimo per non decidere sotto la tensione del momento. Chi risponde nella stessa conversazione quasi sempre risponde all'imbarazzo, non alla domanda.

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